Quattro passi indietro nel tempo
Quattro passi indietro nel tempo
Chi percorre la bella ed ariosa strada Alba-Ceva, quando è giunto, dopo una trentina di chilometri, al varco della Bossola a mezza strada fra Bossolasco e Murazzano, proprio là dove, terminata la discesa, riprende la salita, vede a sinistra, sul versante opposto della romita e fresca valle del Belbo, un grazioso paesino: quello è San Benedetto.
Iniziamo, quindi, un viaggio insieme negli aspetti caratteristici, passati e presenti, del nostro paese indicandone la posizione
geografica attraverso le parole di don Carlo Prandi, parroco sambenedettese d'inizio secolo nonché illustre poeta e scrittore.
In queste prime pagine raccontiamo in sintesi la Storia di San Benedetto, per soddisfare la curiosità di quanti desiderano conoscere le sue origini ed il suo passato, antico e recente; ma anche per ricordare come i Sambenedettesi che ci hanno preceduto non siano vissuti meglio di noi (anzi decisamente peggio!) perché, durante i secoli, le nostre valli sono state oggetto di continua contesa e teatro di numerosi soprusi e saccheggi da parte dei dominatori del momento.
Si sono occupati specificamente della storia di San Benedetto don Carlo Prandi, che sull'argomento scrisse appunto una monografia pubblicata nel 1929, e più recentemente Silvio Benevolo, che ha raccolto l'esito dei suoi studi ventennali in voluminosi fascicoli, poi donati al Comune.
Dai lavori di questi due illustri studiosi sono state tratte le notizie storiche che seguono.
Anche per San Benedetto le origini si perdono nella notte dei tempi. Infatti, i primi villaggi delle Langhe si suppone siano sorti addirittura mille anni prima di Cristo, quando le nostre colline erano ancora interamente coperte da boschi e foreste.
Nella valle del Belbo vivevano gli Statielli, una popolazione appartenente al ceppo ligure, di aspetto assai simile alle numerose tribù liguri che si estendevano dai Pirenei all'Arno e che successivamente si mescolarono con i Celti, di origine nordica.
Di media statura, i nostri antenati avevano quindi carnagione chiara, capelli rossicci, occhi chiari e corporatura muscolosa. Fieri guerrieri, erano abituati alle fatiche, ai disagi del clima, in una parola alla lotta per l'esistenza.
I primi "Sambenedettesi" trascorrevano il loro tempo coltivando frumento, farro, orzo, fave, piselli; allevando pecore, capre, maiali e qualche bovino; cacciando cervi, cinghiali e lepri; raccogliendo castagne, funghi e radici: da queste attività traevano la loro alimentazione principale, che normalmente consumavano insieme con una specie di birra.
Inoltre con attrezzi rudimentali conciavano le pelli di pecora e di capra e lavoravano il legno per ottenere rispettivamente vestiti ed altri oggetti utili per il vivere quotidiano. Per le ulteriori necessità, poi, intrattenevano rapporti con gli abitanti delle valli Bormida e Tanaro.
Le abitazioni del tempo erano grosse capanne di tronchi ricoperte di rami e pelli, poste su basi di pietre e con un camino al centro. I villaggi, più tardi definiti "castellari" (da cui prende il nome una località di San Benedetto), venivano generalmente costruiti sulle alture non lontane dai corsi d'acqua. In tal modo infatti i nostri antenati potevano sorvegliare facilmente le greggi ed altresì controllare le strade che costeggiavano i fiumi o i torrenti, esigendo all'occorrenza pedaggi ovvero rapinando dei loro averi quanti si trovassero a passare da quelle parti.
I Romani, poi, arrivarono in Piemonte nel terzo secolo a.C. e conquistarono alcuni centri senza spargimenti di sangue, perché le popolazioni locali strinsero subito accordi con i conquistatori, mentre dovettero condurre vere e proprie guerre contro altri popoli che si dimostravano insofferenti al dominio romano. Proprio i Liguri, fieri e gelosi della propria indipendenza, combatterono animosamente per circa centocinquant' anni e vennero completamente e definitivamente sottomessi solo nel 154 a.C.. Iniziava allora anche per i nostri antenati il lungo dominio di Roma, che determinò un progressivo abbandono della zona montana a favore delle città e delle colline circostanti, dove si coltivavano l'ulivo e la vite.
Con la caduta dell'Impero Romano, a seguito di continue rapine da parte dei Barbari e delle frequenti carestie, molti ritornarono a vivere sulle montagne e sulle colline, donde era possibile trarre sostentamento grazie alla coltivazione dei campi ed alla pastorizia.
Fino all'anno Mille, durante i "secoli bui", vi furono invasioni da parte di diversi popoli: i Longobardi (sec.VI), i Franchi (sec.VIII), i Saraceni (sec.X). Questi ultimi, una popolazione araba giunta in Italia attraverso la Spagna, erano noti per le loro incursioni e scorrerie particolarmente rapide ma di inaudita ferocia.
E' probabile che la Frazione "Moretti" derivi il suo nome proprio dal fatto che lì dimorarono i discendenti dei Saraceni di passaggio durante le scorrerie. Infatti questi barbari erano di carnagione scura e per questo venivano definiti i "Mori".
La storia di "San Benedetto", peraltro, inizia propriamente solo nel 1033 quando il marchese Adalberto II di Liguria donò al monastero benedettino di S.Maria di Castiglione (Parma) un cospicuo numero di territori nelle Langhe, precisamente a Niella, Feisoglio, Saliceto, Priero e Gottasecca. Qualche tempo dopo, alcuni monaci dell'abbazia parmense si misero in viaggio per prendere possesso dei beni loro donati in Piemonte. Nel 1035, giunti nella valle Belbo, costruirono le prime capanne dove in seguito sorgerà il Priorato di San Benedetto, ossia il monastero, nella località che ancor'oggi si chiama "Monastero".
Ma perché i monaci vennero ad insediarsi proprio a San Benedetto? Risposte sicure non ci sono e quindi si possono solo avanzare delle ipotesi. Forse i Benedettini hanno scelto questo luogo perché, data la sua posizione geografica, è particolarmente adatto ad una vita di raccoglimento, di lavoro e di contemplazione. Oppure qui, prima del nostro paese, esisteva già un villaggio che però fu completamente distrutto dalle scorrerie e dalle devastazioni dei popoli barbari ed allora i monaci s’insediarono in questa zona proprio per ricostruirlo e riportarvi la civiltà. Ma queste, è bene ripeterlo, sono soltanto supposizioni.
Quando arrivarono i Benedettini, l'alta valle Belbo era ancora coperta quasi per intero da boschi e foreste e, specie d'inverno, la zona era infestata da lupi affamati. La frazione "Cadilù" (casa dei lupi) prende il nome proprio da questa caratteristica, tipica della nostra zona ancora fino ad un secolo fa ( Fenoglio, parlando di Cadilù, scrive:"...io trovai barbaro il nome di quel posto sconosciuto come così barbari più non ho trovato i nomi d'altri posti barbaramente chiamati...") . Si racconta infatti che l'ultimo lupo fu visto a San Benedetto nel 1868 in località Castellari, ma non fece vittime.
Intorno al monastero nacque ben presto un villaggio e vicino si costruì la chiesa dedicata a San Benedetto e frequentata dalla popolazione locale, sotto la guida dei Benedettini che gestivano la parrocchia.
Quando, poi, sulla collina vicina al monastero (dove oggi sorge il paese) venne edificato il castello con le mura (XIII secolo circa), la popolazione, per istinto di difesa, iniziò a costruire le case lassù ed a trasferirvisi, anche se il castello ospitava solo le truppe del feudatario che invece risiedeva a Niella.
Durante il Medioevo, San Benedetto ed i territori circostanti appartennero dapprima al Marchese del Monferrato, poi a quello di Saluzzo e dal 1197, per molto tempo, ai Marchesi Del Carretto, signori di Bossolasco ed originari di Finale Ligure.
Testimonianza di questo lungo dominio è lo stemma dei Del Carretto impresso sulla Porta Sottana ed ancora oggi ben visibile.
Peraltro a San Benedetto il dominio utile della maggior parte dei terreni spettava ai monaci, che li avevano dissodati. E proprio i monaci, di fatto, erano i signori del paese in quanto da un lato esercitavano la giustizia e riscuotevano varie tasse, mentre dall'altro godevano dell'immunità ecclesiastica e quindi non versavano alcun tributo al feudatario. A conferma della loro sottomissione ai monaci, i capifamiglia di San Benedetto dovevano periodicamente giurare fedeltà al Priore del monastero.
Nel 1258, poi, anche a San Benedetto nacque il Comune, retto da tre "consoli" (corrispondenti grosso modo all'attuale Giunta comunale), e con esso si ebbe una (relativa!) maggiore libertà, sia nei confronti del marchese sia dei monaci. Iniziò allora l'uso dei cognomi, conseguenza della maggiore libertà, infatti in questo modo ciascuno poteva avere il proprio posto nell'ordine sociale.
Nel corso del Duecento, quindi, il Priorato di San Benedetto si sviluppava con il lavoro degli abitanti e sotto la guida dei Benedettini. Una parte delle loro terre venne data in affitto ai contadini, che pagavano un canone pari ad un nono del raccolto; un'altra parte invece era coltivata direttamente dai monaci, che peraltro obbligavano gli abitanti del luogo a prestare giornate di lavoro (le cosiddette "corvées")sulle loro terre. Altre terre ancora, poi, erano concesse in affitto dietro versamento di un canone annuo di vino, grano, noci o capponi.
Se, all'inizio del Duecento, a San Benedetto c'erano 14 famiglie, dopo circa quarant'anni il numero era salito a 59. Cent'anni dopo, invece, a metà del Trecento, le famiglie erano soltanto più 29 e, date le frequenti carestie e lo scarso rendimento del terreno (nei casi migliori il rapporto tra il seminato ed il raccolto è di 1 a 3) i Sambendettesi chiesero ed ottennero la riduzione dei canoni d'affitto alla ventesima parte del raccolto.
Nel corso del Quattrocento, i marchesi Del Carretto si sottomisero spontaneamente ai duchi di Milano (prima gli Sforza, poi i Visconti) per evitare ulteriori guerre e quindi massacri, distruzioni, saccheggi. Nonostante ciò, la vita si faceva sempre più dura in quanto la terra rendeva sempre meno, al punto che i Sambenedettesi avevano chiesto un'ulteriore diminuzione del canone di affitto della terra. L'accordo tra la comunità ed i monaci sull'ammontare degli affitti era stato redatto nel 1453 in casa di certo Ghirardi Giovanni, castellano di San Benedetto. Dai documenti ufficiali si deduce quindi che "Ghirardi" è il cognome più antico fra quelli ancor'oggi presenti a San Benedetto.
In questi secoli si registrano continue lotte e guerre tra i Del Carretto ed altri conti e marchesi, duchi e visconti rispettivamente di Alba, Asti, Saluzzo, Finale Ligure per possedere questo o quel castello, per dominare questa o quella langa. San Benedetto, peraltro, rimase pressoché estraneo a queste guerre grazie alla sua collocazione geografica e al forte legame col monastero, che di fatto aveva il dominio sul paese.
Nel 1491, però, i monaci benedettini lasciarono il Priorato di San Benedetto e, dopo qualche anno, vennero sostituiti dagli Olivetani (altro ramo dell'ordine benedettino), che assegnarono provvisoriamente al nostro monastero un solo monaco addetto alla gestione della Parrocchia, il quale dimorava nei locali della "Canonica", sempre di proprietà dei Benedettini. Infatti il chiostro sarà riaperto solo alcuni anni dopo.
Nel Cinquecento, poi, le Langhe vennero prese di mira ed invase prima dai Francesi (1537-53) e poi dagli Spagnoli, che dominarono sulla zona per centocinquant'anni (1559-1712): entrambi i conquistatori, comunque, pretendevano tasse molto esose soprattutto per mantenere i loro eserciti. Infatti i vari paesi sottomessi dovevano provvedere al vitto e all'alloggio delle truppe di passaggio nella zona e dei loro cavalli e per di più dovevano fornire carri e buoi per il trasporto dei bagagli. I militari, per parte loro, si sentivano in diritto di effettuare saccheggi, scorrerie e spoliazioni nel paese in cui passavano ed erano ospiti (peraltro poco desiderati!). Anche San Benedetto era soggetto a queste imposizioni e doveva subire questo tipo di umiliazione.
Verso la fine del Cinquecento (1573), a San Benedetto si ebbe una lite tra i monaci e la comunità per il possesso della "Canonica", costruita dai Benedettini. La questione venne risolta a favore dei religiosi ma si stabilì peraltro che la comunità, in caso di guerra o di pericolo di diffusione delle malattie contagiose, aveva il diritto di impiantare al pian terreno un corpo di guardia a presidio del paese. Nell'atto notarile con cui si risolse tale controversia compaiono alcuni cognomi ancor'oggi esistenti a San Benedetto: Ghirardi (Ghirardo), Corsini (Corsino), Pagliano (Paiano) e Cora.
Nel 1584 a San Benedetto vennero istituite la prime scuole i cui maestri erano sacerdoti che, per dirla con le parole di don Prandi, "spiegavano l'arte della scrittura, facevano imparare l'Ufficio della Madonna, conducevano gli alunni alle funzioni religiose. Era permesso castigare i renitenti col funicello" (Come son cambiati i tempi!).
Sul finire del XVI secolo, si ebbe un periodo di relativa pace durante il quale si poté procedere al riordino dei catasti, alla costruzione di nuovi ponti sul Belbo, alla riparazione delle strade danneggiate dalla guerra. Inoltre i marchesi Del Carretto concessero a San Benedetto lo svolgimento di alcune fiere, probabilmente due all'anno (in Aprile ed in Settembre), che si tennero fino agli anni Cinquanta del nostro secolo.
Nel corso del Cinquecento, nacquero anche i Monti di pietà o Monti frumentari, istituti benefici che davano in prestito agli agricoltori bisognosi una certa quantità di grano, con l'obbligo di restituirne una quantità maggiore a raccolto avvenuto. La confraternita dei Battuti di San Benedetto, probabilmente sorta proprio in questo secolo, svolgeva anche questo ruolo, fornendo appunto il grano da prestare.
Pare che sempre nel corso del Cinquecento siano nate le tradizioni del "Cantè j'euv", del "Cante Mag", della strenna oltre alla distribuzione del "micùn" il Giovedì Santo.
Nel Seicento ricominciarono i conflitti tra i Savoia, la Francia e la Spagna e quindi iniziò un nuovo periodo di distruzione e di morte, caratterizzato inoltre dall'imposizione di tasse molto pesanti per sostenere i pesi della guerra.
Nel 1625 i Savoia conquistarono i nostri territori, anche se solo momentaneamente, ed imposero il reclutamento di soldati regolari: è questa la prima volta in cui nel nostro paese viene istituita la coscrizione obbligatoria.
Nel 1631, poi, si abbatté sulle Langhe la peste bubbonica (quella descritta anche dal Manzoni nei "Promessi Sposi"), una spaventosa calamità che fece registrare numerose vittime.
Per evitare il contagio le chiese vennero chiuse, si misero guardie alle porte del paese per non far entrare le persone sospettate di avere il morbo, si adottarono altre misure ma fu tutto inutile. Allora lo stato della medicina era talmente arretrato (anzi medicina e magia erano addirittura fortemente intrecciate) che la malattia si diffuse rapidamente, facendo strage di persone ed animali.
San Benedetto fu forse il paese colpito più duramente, tanto che, in soli quattro mesi, ci furono ben 185 morti e si racconta addirittura che a tale flagello siano sopravvissute solo quattro persone. Forse quest'ultima notizia non corrisponde al vero ma rende comunque l'idea di quale morìa sia stata provocata dalla peste. Infatti si estinsero addirittura intere famiglie e quindi molte case diventarono disabitate, molti terreni incolti, molti beni abbandonati.
La tragedia durò due anni (1631-32): al termine, i pochi sopravvissuti eressero nelle proprie frazioni delle cappelle campestri (che quindi probabilmente risalgono a questo periodo) come ringraziamento per essere scampati al terribile morbo. A San Benedetto se ne contano ben quattro: la Madonna dei "Buscajìn" in località Piani, San Rocco a Cadilù, San Luigi in località Prandi e San Sebastiano subito fuori del paese. Queste chiesette, giunte fino a noi, diventarono poi un luogo abituale di preghiera per gli abitanti della frazione.
Passata la peste, ricominciarono le guerre per la supremazia sulle Langhe da parte del conquistatore del momento: di nuovo i Savoia, poi gli Spagnoli ed infine i Francesi (1640-60).
Dunque continuavano sempre le devastazioni, i saccheggi, le estorsioni e in questo periodo vennero distrutti o caddero in rovina molti castelli della zona, tra i quali quello di Bossolasco, di Feisoglio e di San Benedetto.
Proprio sulle rovine del castello di San Benedetto, nel 1649, si iniziò a costruire l’attuale Chiesa Parrocchiale in sostituzione di una precedente, costruita altrove e poi andata distrutta.
Nel 1653, poi, papa Innocenzo X vietò ai monaci la vita fuori dal chiostro, in quanto impose loro di condurre una vita di clausura e contemplativa. Quindi a San Benedetto gli Olivetani si ritirarono dal governo della Parrocchia che passò così nelle mani di un parroco secolare, nominato però dai monaci di San Benedetto. Questi mantenevano la proprietà dei beni del monastero ma avevano l'obbligo di corrispondere al parroco la congrua e di fornirgli l'alloggio, che venne individuato nella "Canonica", locale di proprietà dei Benedettini.
Fino al 1680 si ebbe un periodo di pace, durante il quale si incentivò l'agricoltura, fiorì il commercio, si ricostruirono le strade e le case andate in rovina a causa delle continue distruzioni dovute alla guerra.
Continuò per tutto il secolo una lotta durissima per la riduzione delle tasse, che i feudatari di turno e gli eserciti imponevano alle popolazioni per il loro mantenimento.
Nel 1679, poi, una nuova calamità naturale si abbatté sulla Langhe: inondazioni e frane di enormi proporzioni, al punto che a Bosia pare fosse addirittura franato il castello e l'intero capoluogo, con la conseguente morte di tutti gli abitanti.
Negli anni successivi (1692-1703), per di più, si ebbero ripetute grandinate e quindi scarsi raccolti che produssero una carestia tale da ridurre la popolazione in miseria. Furono momenti decisamente tristi e difficili per i Sambenedettesi di allora, a causa del crescente e dilagante stato di povertà: ben 15 famiglie si estinsero ed altre 12 furono costrette a mendicare.
Nel Settecento (1735) i Savoia riuscirono ad ottenere il dominio definitivo sulle Langhe. Infatti nel 1706 vinsero la battaglia di Torino contro i Francesi e, proprio per ricordare quella vittoria, fino a pochi anni fa all'inizio di settembre, e precisamente alla vigilia della festa della Madonna, si accendevano falò rievocativi.
Anche il duca di Savoia peraltro, al pari dei suoi predecessori, esigeva tasse elevatissime oltre agli obblighi militari di sempre.
I monaci, però, continuavano a non versare alcun tributo perché usufruivano sempre dell'immunità ecclesiastica e di conseguenza tutte le imposizioni fiscali gravavano sulla comunità di San Benedetto. Questa, stanca di subire le conseguenze negative di quel privilegio, fece acquartierare la cavalleria sabauda nelle cascine dei religiosi, a loro insaputa. Ovviamente ne derivò l'ennesimo litigio tra i monaci ed il Comune, che si risolse radicalmente: tutti i beni del monastero, tranne una cascina, vennero venduti al Comune (1712).
Nel XVIII secolo il nostro paese vive, quindi, un periodo di pace ma non di tranquillità! Infatti, se da un lato si era allontanato lo spettro della guerra, dall'altro le nostre Langhe erano attraversate da briganti senza scrupoli che assalivano le persone, le rapinavano ed a volte addirittura le uccidevano. Il fenomeno era talmente preoccupante che vennero istituite pattuglie di soldati armati che, giorno e notte, montavano la guardia a difesa del paese. Le punizioni nei confronti di questi banditi peraltro erano altrettanto esemplari infatti nei documenti si legge che "ben sette erano stati arrestati e poi impiccati per la gola sino a che l'anima fosse separata dai corpi e questi ridotti in quarti da affiggersi nei luoghi soliti".
Negli ultimi anni del Settecento si recita ancora una volta lo stesso copione, ma con attori diversi: i Francesi dilagavano nelle Langhe, seminando scompiglio e terrore al punto che gli abitanti dei paesi occupati lasciarono le proprie case ed abbandonarono il bestiame nei boschi. Le truppe di Napoleone occuparono San Benedetto il 20 Aprile 1796 e instaurarono un regime caratterizzato, come i precedenti, da pesanti tasse ed imposizioni da un lato, ruberie e saccheggi dall'altro. Per di più si verificò una forte svalutazione della moneta cui seguirono gravi disordini nel commercio. Insomma la Storia si ripete!
L'Ottocento poi iniziò all'insegna della carestia a causa di violente piogge e grandinate ma anche di incendi e devastazioni da parte dei Francesi. Quindi scarseggiavano i generi alimentari che per di più dovevano servire anche per sfamare i soldati nostri e quelli alleati. E' un altro periodo di grande miseria. In particolare il 1809 è un anno di fame terribile ed allora Napoleone, per alleviare la scarsità di alimenti, fece mandare ai Sindaci dei tuberi da seminare, mai visti prima nelle Langhe: erano le patate, da allora introdotte tra le coltivazioni delle nostre terre.
Tramontata la stella di Napoleone, con il Congresso di Vienna (1815) la situazione tornò ad essere quella precedente la Rivoluzione francese e quindi in Piemonte riprese la dominazione sabauda.
Con l'unificazione dell'Italia (1861), finalmente finirono le guerre e le Langhe conobbero un periodo di rinascita. A San Benedetto, in particolare, dal 1879 al 1883 si costruì la strada provinciale che congiunge il nostro paese a Niella ed a Feisoglio da un lato e al passo Bossola dall'altro, secondo il tracciato ancor oggi percorribile. La compagnia dei "Battuti" edificò (1881-84) il campanile della chiesa che da loro prende il nome: prima infatti esisteva solo un piccolo campanile che poggiava sul tetto della chiesa stessa.
Nel 1885, poi, si restaurò la Parrocchia, ma dopo solo due anni una forte scossa di terremoto provocò gravi danni alla chiesa da poco ripristinata. Per di più, alcuni anni più tardi (1898) crollò la Sacrestia, per fortuna senza causare nessuna vittima.
Nel 1899 i fratelli Giuseppe e Luigi Cora, originari di Cadilù, fecero costruire alcuni locali nuovi a fianco della Canonica, donati poi al Comune perché vi istituisse una seconda scuola elementare.
La prima metà del ventesimo secolo è dominata da eventi bellici di portata mondiale: la guerra del 1915-18 segna per il nostro paese 12 vittime, ma anche la seconda guerra mondiale ha un costo elevato per San Benedetto. Infatti il nostro paese è sicuramente degno di memoria per aver subito, nel 1944, l'incendio ad opera dei Tedeschi. Peraltro non possono essere taciuti i nomi dei Sambenedettesi caduti durante la seconda guerra mondiale: PRANDI Benedetto, COGNO Ernesto, DROCCO Fiorino, GIORDANO Felice, GIORDANO Umberto, MONTANARO Alfredo e NAGGINO Mario.
Per quasi vent'anni (1928-46), durante il periodo fascista, San Benedetto perse la dignità di Comune e venne ridotto ad una frazione di Niella Belbo. Riconquistò poi la propria autonomia comunale in epoca repubblicana.
Il resto è cronaca degli ultimi cinquant'anni.